Armando Aste
Presentazione del libro "Stagioni della mia vita" di Patrizia Belli
Non conosce fine la spinta di questo uomo che si è cimentato con le mete più ardue della montagna e della vita. Uomo dalle radici semplici, che nella sua umiltà ha compiuto le grandi gesta dell'alpinismo e le racconta con una modestia che stupisce in un mondo in cui invece si ingigantisce anche la più piccola azione.
Sono 3 le parole che mi vengono in mente per lui: umiltà, bravura e coerenza.
UMILTÀ. È partita dal nulla la carriera di Armando alpinista. Era solo un ragazzo quando dinnanzi alla guglia di Castel Corno si chiedeva come fosse possibile salire su quella roccia. Un ragazzo che impara osservando di nascosto chi sale per poi ripeterne le gesta. E racconta: “Io facevo da solo perché non avevo né corda, né chiodi e moschettoni. Eppure salivo abbastanza agevolmente perché ero come una palla di gomma e non avevo paura.”
E qui ci vuole una parentesi per ricordare che Armando era un «operaio comune» alla Manifattura Tabacchi al tempo una fabbrica di 1500 persone. Diventerà poi operaio specializzato con la patente di fuochista e più tardi diventerà capo operaio della centrale termica. Quella sarà la sua palestra di ginnastica. Scriverà: «Per produrre il vapore necessario alla lavorazione del tabacco si dovevano bruciare 120 quintali di carbone ogni giorno. Quello era il mio allenamento durante la settimana, perché mi ero abituato a spalare usando alternativamente la destra e la sinistra.»
E arriviamo alla seconda parola: BRAVURA
Citare tutte le imprese di Armando non è possibile per tante che sono. Basti dire che lui è uno dei più grandi alpinisti viventi, una leggenda per le giovani generazioni di scalatori. Ha rappresentato un’epopea, quella che scalava le vette munito solo di una corda in spalla e tanto coraggio. È attorno agli anni '50 che Aste si rivela come uno dei massimi alpinisti del Dopoguerra. Arrampica sulle pareti più difficili delle Dolomiti. Va alla ricerca di nuove vie mai affrontate prima, alcune come l'Ideale sulla Sud della Marmolada che Messner giudica come una delle più difficili scalate delle Alpi. Ma sono le solitarie ad attrarlo, spinto da un «sentire» intenso e spirituale con la montagna.
Infine la terza parola: COERENZA
Di coraggio ne ha sempre avuto da vendere, Aste, e non solo per le avventure in Patagonia e sull’Eiger, non solo per gli oltre 200 bivacchi della sua vita, ma per ben altre scelte. Era all’apice del successo quando, nel’85, diede l’addio a tutto per dedicarsi al fratello malato di meningite. Da allora, e per 23 anni, i roveretani lo hanno visto stare al suo fianco. Racconta quella scelta così: ”Quando compii 40 anni di lavoro, andai in pensione, lasciando il posto di capo centrale termica. Fu una giusta scelta, perché dovetti assistere i miei genitori malati e soprattutto mio fratello Antonio. Dal giorno in cui si ammalò smisi di andare in montagna perché sentivo il dovere di dare. In una ipotetica graduatoria di valori, l'alpinismo viene dopo l'amore il vero amore che significa prendersi cura e condividere. Viene dopo la famiglia, dopo il lavoro, le amicizie, dopo la condivisione. L'alpinismo non può essere un fine, ma solo un mezzo di promozione umana. Perchè il Padre Eterno, quando sarà il momento non mi chiederà quante scalate ho inanellato, ma cosa ho fatto per gli altri”.
Questo è Armando Aste. Un uomo coerente sempre con i suoi valori. Un uomo che ha amato la montagna in modo totale. Ha scritto: “Per me salire è una necessità, quasi una ossessione inarrestabile e inappagabile. E' questo il tormento dei limiti umani”.
E nella sua graduatoria le Dolomiti – le nostre belle guglie di pietra - hanno un posto speciale. Sono uniche al mondo, Hermann Buhl le chiamava “il giardino di Dio”. In quel giardino Aste ha rincorso la bellezza, gioia e trascendenza.
E le cime, quelle cime tanto amate, per lui sono il paradigma del cammino dell'uomo che tende sempre verso l'alto, un paradigma che lo fa dire: “Cammino portandomi appresso un pugno di terra e un pezzo di cielo.”
Patrizia Belli Giornalista
Rovereto 6 febbraio 2016. Presentazione del libro di Armando Aste "Stagioni della mia vita"
Riconoscimenti e onorificenze




1955 - Socio del Club Alpino Accademico del CAI
1962 - Socio del Groupe d'Houte Montagne
1963 - Socio del H.G. (Hochtouristiche Group) "Bergland" del O.A.V. (Österreichischer Alpenverein) di Vienna
1965 - Cavaliere della Repubblica
1965 - Socio Onorario della Giovane Montagna
1971 - Premio letterario "Maria Brunaccini" al libro "Raponzolo di roccia" - (Si tratta dell'autobiografia alpinistica di un sestogradista, inframmezzata da brevi disgressioni, meditazioni, squarci lirici che gettano viva luce anche sulla sua avventura umana e sulla sua esperienza sociale. Tale lavoro eccelle per l'incisività di uno stile brillante, scarno, che bada all'essenziale da vero scrittore che sa trascinare il lettore all'entusiasmo e all'emozione).
1976 - Premio di solidarietà alpina "Stella al merito" istituito dall'ordine del Cardo
1998 - Socio Onorario del Club Alpino Italiano
1998 - Membro dell'Ordine del Cardo - Associazione internazionale di spiritualità alpina
2008 - Premio "Pelmo d'Oro" alla carriera - (motivazione: "Alpinista completo, nato povero e diventato ricco di doti umane e tecniche, è cresciuto al sole delle Dolomiti. Ha posto la sua firma indelebile su grandi pareti e ovunque ha seminato bontà, sensibilità, onestà. L'amore per le Dolomiti Bellunesi è esploso tracciando grandi vie storiche sulla Marmolada, in Civetta, sul Focobon e percorrendo in solitaria itinerari di estrema difficoltà")
2008 - Premio "Una vetta per la vita" - Promosso dal Gruppo nauralistico "Le Tracce" di Castelfranco Veneto - (motivazione: "Scalatore tra i più forti e completi, protagonista dell’alpinismo degli anni Sessanta, per propria scelta Armando non ha mai voluto fare dell’alpinismo una professione, anteponendo all’attività in montagna gli impegni che richiedono il vivere civile e sociale. Alpinista che per umiltà e modestia non è mai giunto alla ribalta ed è poco noto al pubblico non alpinistico. Grande risolutore di problemi alpinistici e cesellatore di itinerari di gran classe, ha sempre avuto la capacità di portare a termine le sue vie in un solo tentativo, non a più riprese. Armando ha saputo indirizzare la sua azione sulla traccia di una spiritualità emergente, sempre tesa alla ricerca ed all’affermazione della Divinità, del bello e dell’etica proiettate nella scalata vista come arte; ma arte sacra. Le sue ascensioni risolvono problemi estremi e di somma importanza, seguendo l’impulso dell’esplorazione, ma anche con l’intento di innalzarsi con il corpo e la mente lungo le erti pareti del monte, verso un cielo sempre più chiaro e vicino.. Le sue salite annoverano tantissimi bivacchi: più di duecento, che sono stati parte integrante di ogni ascesa, momento di riflessione e preghiera. L’operaio roveretano è stato un vero esteta delle pareti e, nonostante la sua fede profonda, non è mai riuscito a rassegnarsi alla noia della quotidianità, alla grettezza degli uomini comuni, alla piattezza della pianura. Spinto sempre da un grande ardimento, da un sentimento della e per la montagna, di bellezza e poesia, ma anche di effimera conquista, di ricerca delle gioia attraverso l’impegno e la lotta con sé stesso prima, e poi con la montagna. «Esiste anche un sesto grado della gioia che non potrà mai essere estrinsecato» ha ricordato spesso nelle sue serate")
2010 - Premio speciale S.A.T. alla carriera, ma anche per il suo esempio di vita, conferito in occasione del 116° Congresso della Società Alpinisti Tridentini
2012 - Presidente del comitato per il monumento alla Zigherana (le lavoratrici della ex manifattura tabacchi)
2013 - Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana
2014 - Socio onorario del TrentoFilmFestival
2014 - Premio "Quercia d'oro" città di Rovereto quale riconoscimento sia per le sue grandi imprese di rocciatore, con le quali ha contribuito a scrivere pagine memorabili nella storia dell’alpinismo, sia per la sua figura di uomo, per i valori che ha espresso sul lavoro (nel suo ultimo libro, che presenterà in gennaio, l’alpinista si definisce “alpinista operaio”), nell’impegno sociale, nella famiglia, per la quale seppe rinunciare del tutto alla montagna per accudire il fratello Antonio, malato e poi la moglie
2014 - Premio Gambrinus "Giuseppe Mazzotti" per la letteratura di montagna promosso dall'Associazione "Premio letterario Giuseppe Mazzotti di San Polo di Piave (TV).
La sua Fede
DIO E LA MONTAGNA - Sintesi di una passione
Un uomo vero senza complessi è quello che è, cioè rimane se stesso ovunque. Io sono un credente e sono un alpinista. Voglio dire che non vivo la mia vita a settori.
Se sono un credente lo sono a trecento sessanta gradi, cioè sempre. Anzi direi che mi scopro tale soprattutto proprio in montagna che suggerisce ancor più il bisogno di trascendenza che è insito nell'animo umano. Per sentirsi spuntare le ali.
Io sono orgoglioso della mia Fede che considero l'unica vera ricchezza che possiedo.
Mi piace guardare alle montagne come immagini materializzate dell'ascendente cammino dell'uomo e sono grato ad esse che fin dagli albori della conoscenza certamente aiutarono e quasi costrinsero il pronipote degli ominidi, l'uomo, a levare lo sguardo, camminare in posizione eretta e così accorgersi dell'esistenza del cielo.
La montagna è sempre presente nella storia dell'evoluzione umana, la montagna sinonimo di positività e di elevazione. Nella Sacra Scrittura troviamo la consegna a Mosè delle tavole della Legge sul Monte Sinai. Nella storia della Redenzione leggiamo della Trasfigurazione di Gesù “su un alto monte”. E ancora l'Ascensione di Gesù al cielo dal Monte Oliveto.
Al di là della supposta realizzazione di se, del gioco edonistico e addirittura della possibile creazione artistica ideale, se penso all'inestinguibile sete che mi spinge ai monti, sete di bellezza e di poesia, ansia di superamento, bisogno di coraggio, sento che è soprattutto un insopprimibile bisogno di trascendenza che sta alla base del mio alpinismo. Sento di essere un cercatore di infinito.
Si possono fare altre scelte. Diversamente da un alpinismo ascetico, si possono trovare motivazioni, giustificazioni e pretesti “laici” più disparati. E' tutto da rispettare.
Mi rendo conto che l'idealità che ispira l'alpinismo non può essere compresa da coloro che riguardano ogni cosa sotto l'aspetto utilitario e che nella frenetica ricerca di orgogliose ambizioni da soddisfare non hanno tempo di pensare. Perciò a molti sfuggirà l'intimo e più alto valore di ogni salita alpina. Ma le vittorie dello spirito, come lo sono anche le ascensioni alpine, segnano le tappe del faticoso sofferto cammino dell'uomo verso la meta eccelsa, la Conoscenza Suprema. Che in ultima analisi per un credente non può essere altro che l'incontro con Dio
Dal volume: "PILASTRI DEL CIELO" di Armando Aste
La famiglia
Armando, Franco, Mamma e papa' con il piccolo Antonio
Ricordi di famiglia
Rovistando nei fotogrammi della mente mi ritrovo bambino nella casa del nonno Luigi addossata al vecchio mulino alla base di una gran rupe gialla ai piedi della quale usciva una zampillante sortiva fresca e canterina che hanno imprigionato. Ricordo quando il nonno mi portava sottobraccio alla fontana davanti al casolare. Ma il ricordo più bello, l'importanza del quale l'ho capita solo più tardi, è quella della recita del Rosario quando il nonno ci riuniva nella grande cucina fuligginosa con le pareti annerite dal tempo; si pregava attorno al focolare. Poi si andava a dormire su un pagliericcio imbottito dai cartocci delle pannocchie del granoturco. Ninnati dal gradevole rumore del ruscello che a volte diventava torrente che incide tutta la valle, un fruscio continuo come un gran respiro senza fine.
E la zia Giuseppina che mi attendeva e mi allevava come una mamma. Ho saputo poi che si era ridotta a darmi il latte da bere con il ciuccio in un fiasco perché era rimasta sprovvista di bottiglie poiché ogni volta, dopo aver succhiato il latte, io buttavo sempre dal poggiolo i vuoti nel cortile.
Mia madre era al lavoro alla Manifattura Tabacchi di Borgo Sacco. La nonna Anna era morta che non aveva ancora 50 anni a causa di un tumore. Eravamo rimasti in pochi al vecchio mulino ormai inoperoso da tempo io il nonno e una vecchina “la Marietta” una donna sola che non aveva nessuno e che era stata adottata dai miei avi materni. Poi c'era lo zio Mario, vent'anni di differenza tra me e lui. Non aveva amici perché vivendo in una remota valle selvaggia, la valle di Cavazzino, non aveva tante occasioni di stabile dei contatti umani. Ero io il suo amico, come lui era il mio amico. ...
Intanto la zia Giuseppina si era sposata, ricordo con commozione ed infinita riconoscenza quando suo marito, lo zio Eugenio, nascondeva “nella falda” , una specie di grembiule verde, che allora usavano i contadini e conteneva un corposo pezzo di pane casallingo che la zia era maestra nel saper confezionare. Un pane alto, morbido, soffice e profumato. Perchè noi scesi dalla montagna, ci eravamo trovati nelle ristrettezze e nella povertà.
Il nonno paterno Toni, che io non ho conosciuto, e che nemmeno mio padre aveva conosciuto perché era morto a 42 anni in seguito ad una caduta da un gelso perché allora si allevavano in bachi da seta che dovevano essere nutriti unicamente dalle foglie del gelso. ...
La nonna paterna Luigia, rimasta vedova ancora giovane, con un solo figlio, mio padre Giuseppe, che era tutto per lei. Mentre era in Africa, perché mio padre nelle vesti di contadino ci stava stretto, la nonna Luigia è morta, forse di crepacuore, a 65 anni senza che il figlio arrivasse in tempo per riabbracciarla. Storie di povera gente che hanno solcato dentro.
Mia madre Maria una eroina che da sola ha tirato su la famiglia. Se mio padre mi ha trasmesso in eredità l'intelligenza della mente mia madre mi ha dato quella del cuore. Per questo credo che alla mensa del Padre celeste sarà invitata a sedersi nei posti più avanti. Per un disegno della Provvidenza ho poi avuto la fortuna di incontrare la mia Nedda che non è stato un colpo di fulmine, ma l'inarrestabile conquista di ogni giorno. Ci siamo sposati, abbiamo fatto la nostra casa nuova e spaziosa per poter essere vicini ai miei genitori e a mio fratello Antonio ultimo.
Mentre con noi due viveva anche mia suocera “Mincota”, la mia prozia Angelina, sorella del nonno Luigi. Zia Angela 103 anni e mia suocera Domenica 94 anni andavano d'accordo e passavano il tempo sedute una acanto all'altra, su un piccolo divano, lavorando ad uncinetto e pregando. ...
Mia madre ha avuto sei figli cinque maschi e una sola femmina, Anna, morta ancora in fasce. Sebbene annebbiato da un tempo lontano conservo ancora un vago ricordo di quella perdita immatura. Poi la mancanza del piccolo Antonio primo. Il secondo è morto a 11 anni per un tumore all'inguine. Lui si rendeva conto del male che lo avrebbe reso handicappato ma a mia madre sconsolata gli diceva: Mamma non preoccuparti perché se non potrò camminare farò il sarto. Poi il terzo Antonio, l'ultimo. Immigrato in Svizzera non ancora sedicenne assieme a mio fratello Franco che ha 4 anni meno di me. Poi Antonio è rientrato a casa in Italia e ha trovato lavoro a Rovereto in ospedale come aiutante di cucina. Non si sa come ne dove è stato colpito da meningoencefalite virale e dopo 23 anni di vita inconscia è spirato a 65 anni di età. Anche papà e mamma ci hanno lasciato nel giro di 40 giorni l'Uno dall'Altra, in precedenza pure lo zio Mario se n'è andato perché lui non era di questo mondo. ...
Mi è rimasto ancora un solo fratello Franco che è me come io sono lui. Il tempo e lo spazio non contano perché in nostri geniroti e i nostri cari ci hanno lasciato in dono l'eredità della Fede. Anche se sono solo nella mia bella casa di Borgo Sacco, assistito da Svitlana la mia bravissima badante cattolica ucraina, rimango in fiduciosa attesa, anche se come dico spesso, non ho fretta di andarmene perché mi piace sempre essere ottimista. Poichè malgrado tutto la vita è bella e degna di essere vissuta.
Per questo ringrazio sempre il Signore anche per quello che mi ha tolto e per quello che mi ha dato. ...
Anche mio fratello Franco che vive a Basilea, con la sua bella famiglia, è sul viale del tramonto, ma ci sono tramonti che tutti si fermano ad ammirare. Questa è una frase che ho letto in un corridoio del reparto di geriatria dell'ospedale civile di Rovereto
Dal volume: "COMMIATO" di Armando Aste
La maternità a Bayengero in Burundi
Un ultimo atto di altruismo dopo una vita generosa: Armando Aste ha lasciato in eredità 90 mila euro all'associazione Spagnolli di Rovereto da destinare ad un progetto in Africa e il resto del suo patrimonio a tantissime realtà volontaristiche.
Anche in terra d’Africa, nel Burundi, batte il cuore di Armando Aste. Realizzato il reparto di maternità, secondo le sue disposizioni testamentarie.
Un chiodo d’alpinismo viene infisso a simbolico sostegno di una targa apposta su una parete esterna di mattoni rossi di un Centro sanitario, da poco inaugurato.
Siamo a Bayengero, in Burundi, nel cuore della savana, a trenta chilometri dalla prima struttura ospedaliera di base.
A Bayengero opera il centro missionario supportato dalla Fondazione Giovanni Spagnolli; il chiodo, da parete alpina, viene da Rovereto e stava nello studiolo di casa di Armando Aste. Cara memoria, sua e dei sodali che, con lui, il 16 agosto 1962 toccarono la cima dell’Eiger, uscendo dalla parete Nord. Era la prima italiana.
Il modernissimo centro sanitario di Bayengero, che ospita astanteria, pronto soccorso, sala parto e sala chirurgica è stato inaugurato il 19 settembre 2018 e porta in quella remota località, a migliaia di chilometri da Rovereto, la testimonianza del cuore generoso e dell’anima missionaria di Armando Aste.
L’iniziativa è infatti scaturita dalle sue disposizioni testamentarie, affidate all’amico Graziano Manica, che le ha puntualmente eseguite. Un progetto che coltivava e che aveva condiviso con la sua Nedda, che l’aveva preceduto nel congedo terreno. Un progetto che, nel segno della carità, sottolinea lo stretto legame d’affetti col conterraneo senatore Giovanni Spagnolli, amico fraterno, ancor prima che eminente uomo politico e presidente generale del CAI; e parimenti col figlio Carlo, medico missionario per una vita in Burundi.
Ma dietro questa disposizione testamentaria quante altre vivide, piccole e grandi, testimonianze di coerente fede samaritana, che si rivelavano alla cerchia dei suoi più diretti amici. L’occhio dell’Armando era sempre attento, di delicata sensibilità. Non scordava le prove che lui stesso aveva avuto nella vita.
Grande esempio di scelta di valori primari la vicinanza data per lunghi anni al fratello Antonio, prioritaria, ad un certo punto della sua vita, rispetto alla sua attività alpinistica.
Una fede cosi concreta che aveva affascinato l’amico Oscar Soravito (accademico e socio onorario del CAI), che a lui si affidava per seminare cose buone, per lenire disagi, sofferenze tra le pieghe di una società che celebra, con voce sempre più debordante, la sorda opulenza.
Crediamo doveroso un richiamo alla naturale modestia di “quest’Armando”, ignoto ai più, alla nobiltà d’animo di cui era impastata la sua vita.
A Bayengero, per l’inaugurazione della struttura sanitaria, c’erano Graziano Manica (sue le martellate che hanno infisso il “chiodo dell’Eiger”) e Giuliano Tasini, presidente della Fondazione Spagnolli.
Quel bisogno d’infinito, così intenso, così connaturato in lui, che ha portato il suo cuore fino ad una lontana landa d’Africa, per dare la sua risposta a domande d’umanità.
Giovanni Padovani
Dalla rivista “Giovane Montagna” N.3 Sett./Dic.2019

















