Armando e Nedda
Armando con la moglie Nedda
La famiglia
Armando, Franco, mamma e papà con Antonio
Nedda, Alessandra e Armando
Nedda, Alessandra e Armando

Ricordi di famiglia

Rovistando nei fotogrammi della mente mi ritrovo bambino nella casa del nonno Luigi addossata al vecchio mulino alla base di una gran rupe gialla ai piedi della quale usciva una zampillante sortiva fresca e canterina che hanno imprigionato. Ricordo quando il nonno mi portava sottobraccio alla fontana davanti al casolare. Ma il ricordo più bello, l'importanza del quale l'ho capita solo più tardi, è quella della recita del Rosario quando il nonno ci riuniva nella grande cucina fuligginosa con le pareti annerite dal tempo; si pregava attorno al focolare. Poi si andava a dormire su un pagliericcio imbottito dai cartocci delle pannocchie del granoturco. Ninnati dal gradevole rumore del ruscello che a volte diventava torrente che incide tutta la valle, un fruscio continuo come un gran respiro senza fine.
E la zia Giuseppina che mi attendeva e mi allevava come una mamma. Ho saputo poi che si era ridotta a darmi il latte da bere con il ciuccio in un fiasco perché era rimasta sprovvista di bottiglie poiché ogni volta, dopo aver succhiato il latte, io buttavo sempre dal poggiolo i vuoti nel cortile.
Mia madre era al lavoro alla Manifattura Tabacchi di Borgo Sacco. La nonna Anna era morta che non aveva ancora 50 anni a causa di un tumore. Eravamo rimasti in pochi al vecchio mulino ormai inoperoso da tempo io il nonno e una vecchina “la Marietta” una donna sola che non aveva nessuno e che era stata adottata dai miei avi materni. Poi c'era lo zio Mario, vent'anni di differenza tra me e lui. Non aveva amici perché vivendo in una remota valle selvaggia, la valle di Cavazzino, non aveva tante occasioni di stabile dei contatti umani. Ero io il suo amico, come lui era il mio amico. ...
Intanto la zia Giuseppina si era sposata, ricordo con commozione ed infinita riconoscenza quando suo marito, lo zio Eugenio, nascondeva “nella falda” , una specie di grembiule verde, che allora usavano i contadini e conteneva un corposo pezzo di pane casallingo che la zia era maestra nel saper confezionare. Un pane alto, morbido, soffice e profumato. Perchè noi scesi dalla montagna, ci eravamo trovati nelle ristrettezze e nella povertà.
Il nonno paterno Toni, che io non ho conosciuto, e che nemmeno mio padre aveva conosciuto perché era morto a 42 anni in seguito ad una caduta da un gelso perché allora si allevavano in bachi da seta che dovevano essere nutriti unicamente dalle foglie del gelso. ...
La nonna paterna Luigia, rimasta vedova ancora giovane, con un solo figlio, mio padre Giuseppe, che era tutto per lei. Mentre era in Africa, perché mio padre nelle vesti di contadino ci stava stretto, la nonna Luigia è morta, forse di crepacuore, a 65 anni senza che il figlio arrivasse in tempo per riabbracciarla. Storie di povera gente che hanno solcato dentro.
Mia madre Maria una eroina che da sola a tirato su la famiglia. Se mio padre mi ha trasmesso in eredità l'intelligenza della mente mia madre mi ha dato quella del cuore. Per questo credo che alla mensa del Padre celeste sarà invitata a sedersi nei posti più avanti. Per un disegno della Provvidenza ho poi avuto la fortuna di incontrare la mia Nedda che non è stato un colpo di fulmine, ma l'inarrestabile conquista di ogni giorno. Ci siamo sposati, abbiamo fatto la nostra casa nuova e spaziosa per poter essere vicini ai miei genitori e a mio fratello Antonio ultimo.
Mentre con noi due viveva anche mia suocera “Mincota”, la mia prozia Angelina, sorella del nonno Luigi. Zia Angela 103 anni e mia suocera Domenica 94 anni andavano d'accordo e passavano il tempo sedute una acanto all'altra, su un piccolo divano, lavorando ad uncinetto e pregando. ...
Mia madre ha avuto sei figli cinque maschi e una sola femmina, Anna, morta ancora in fasce. Sebbene annebbiato da un tempo lontano conservo ancora un vago ricordo di quella perdita immatura. Poi la mancanza del piccolo Antonio primo. Il secondo è morto a 11 anni per un tumore all'inguine. Lui si rendeva conto del male che lo avrebbe reso handicappato ma a mia madre sconsolata gli diceva: Mamma non preoccuparti perché se non potrò camminare farò il sarto. Poi il terzo Antonio, l'ultimo. Immigrato in Svizzera non ancora sedicenne assieme a mio fratello Franco che ha 4 anni meno di me. Poi Antonio è rientrato a casa in Italia e ha trovato lavoro a Rovereto in ospedale come aiutante di cucina. Non si sa come ne dove è stato colpito da meningoencefalite virale e dopo 23 anni di vita inconscia è spirato a 65 anni di età. Anche papà e mamma ci hanno lasciato nel giro di 40 giorni l'Uno dall'Altra, in precedenza pure lo zio Mario se n'è andato perché lui non era di questo mondo. ...
Mi è rimasto ancora un solo fratello Franco che è me come io sono lui. Il tempo e lo spazio non contano perché in nostri geniroti e i nostri cari ci hanno lasciato in dono l'eredità della Fede. Anche se sono solo nella mia bella casa di Borgo Sacco, assistito da Svitlana la mia bravissima badante cattolica ucraina, rimango in fiduciosa attesa, anche se come dico spesso, non ho fretta di andarmene perché mi piace sempre essere ottimista. Poichè malgrado tutto la vita è bella e degna di essere vissuta.
Per questo ringrazio sempre il Signore anche per quello che mi ha tolto e per quello che mi ha dato. ...
Anche mio fratello Franco che vive a Basilea, con la sua bella famiglia, è sul viale del tramonto, ma ci sono tramonti che tutti si fermano ad ammirare. Questa è una frase che ho letto in un corridoio del reparto di geriatria dell'ospedale civile di Rovereto

Dal volume: "COMMIATO" di Armando Aste