La parete Sud della Marmolada

CONSIDERAZIONI

Negli anni '70, poiché ribadisco che ogni alpinista, come ogni impresa, vanno inquadrati, nel loro tempo, io ero l'uomo della Marmolada. Ma il tempo passa.
Per sintetizzare le stagioni della fantastica parete della Regina delle Dolomiti, bastano solo alcuni nomi. Eccoli, in ordine cronologico: Bettega-Zagonel-Tomasson, Micheluzzi-Peratoner-Cristomannos, Soldà e Conforto, Vinatzer e Castiglioni, Conforto e Bertoldi, Pisoni e Castiglioni, Aste con Gross e Solina, Messner, Martini-Leoni-Tranquillini, Maffei e Frizzera, Mariacher e Jovane, Koller e Sustr.
In seguito altre realizzazioni più o meno difficili sono state fatte.
Per ora è tutto, per ciò che ha significato via via un avanzamento nella scala dei valori. Parlo naturalmente di prime ascensioni, di vie nuove. Tutti gli altri che certamente entrano nella storia, dico storia, della grande Parete, hanno operato susseguentemente su valori di epoca in epoca già acquisiti. Poi ci sono le solitarie, le invernali, le prime ripetizioni, le salite senza bivacco, e chi più ne ha più ne metta.
Stringendo al limite e fermandomi agli anni '90, cioé per fare un sunto del riassunto, dirò Soldà, Aste, Mariacher e penso che Koller abbia aggiunto ancora qualcosa.
Mi rendo perffettamente conto che sto camminando sul filo del rasoio e del vespaio di contestazioni che ne potrebbe nascere. Cercherò di tentare di spiegarmi meglio con un esempio figurato. Prendiamo la Rosa dei Venti. Ci sono i mezzi venti, i quarti di vento e così via. Ma i punti cardinali sono solo quattro. Cioé sono quelli che sono.
Anche ultimamente sulla grande Parete sono state aperte numerose vie nuove. Sono venuti i professionisti, gli specialisti, i perfezionisti a tempo pieno. Così siamo tornati al bizantinismo. La più solare delle parete delle Dolomiti trasformata nella più grande palestra del mondo. Pur al superlativo assoluto, sempre palestra sarà.
Purtroppo è fatale che l'uomo, ovunque egli passi, abbia a lasciare l'inesorabile traccia di un incanto svanito. Svanito per sempre.
A coloro che sono in lotta per la classifica dico che prima di tutto bisogna fare una distinzione che è fondamentale. Cioè tra professionisti, a tempo pieno, e dilettanti, cioè coloro che mettono al primo posto altre cose che l'arrampicare. Poi stilate pure la graduatoria.
Io ho inframezzato le mie ascensioni fra i trentanove anni di lavoro "sotto padrone". E così tanti altri colleghi, a cominciare dai miei compagni di cordata. E mi piace pensare al margine insoluto, cioè a quanto ancora avrei potuto fare con una applicazione di tipo assoluto, moderno. Non è un mistero per nessuno che è l'ostacolo psichico la maggiore difficoltà da superare dentro di noi. Poi vengono le difficoltà fuori di noi. Per me e per molti altri la preparazione era il lavoro e ogni volta che si andava in montagna la prima cosa da superare era l'impatto con l'ambiente, come fosse sempre la prima volta. Ed era molto bello.
Sta tutta in questa "differenza" la diversità dei risultati. Perché nessuno è ancora nato con le ali. Allora cerchiamo di sgonfiarci un poco e stare con i piedi per terra. I problemi del vivere civile sono ben altri. Il mondo va avanti anche senza le scalate. Ad essere sinceri fino in fondo, ripetendo le parole di Terray, la conquista dell'inutile. Anche se magnifico.

Un pivello, col senno di poi, mi ha preso a bersaglio della sua incontrollata auoesaltazione e, senza misurare le parole, ha scritto alcune sciocchezze a commento della mia attività in Marmolada.
Facendo violenza ai sette gusci, le sette scorze dure e pungenti, mi sono imposto di non replicare alla birichinata maliziosetta.
Mio padre mi ha lasciato detto di parlare bene di tutti o di tacere. Eppoi ho avuto il tempo di apprendere che nella vita ci sono cose ben più importanti dell'abilità arrampicatoria; che è facilissimo sbagliare ed anch'io ho avuto molto da farmi perdonare.
A me non è mai passato per la mente di confrontarmi con coloro che mi hanno preceduto trenta o quarant'anni fa perché, ho sempre avuto grande rispetto per i maestri. Semmai avrei dovuto farlo con quelli del mio tempo.
Penso con doverosa riconoscenza agli antesignani che mi hanno indicato la via delle altezze scrivendo pagine meravigliose di ardimento creativo sulle fascinose montagne della Terra, certamente un continuo avanzamento poiché al di là di quello che può essere uno stupendo gioco edonistico, l'alpinismo rappresenta essenzialmente un fatto culturale.
Penso a quelli che ho avuto la fortuna di conoscere. Figure dominanti come Arturo Andreoletti, un vero signore come Ugo Vallepiana che ha arrampicato con Preuss e con Gervasutti. E poi Giovan Battista Vinatzer, Gino Soldà, gli immarcescibili Riccardo Cassin, cuor di leone, come lo sprannominò Vittorio Varale, Oscar Soravito, Raffaele Carlesso, contemporanei di Comici. Geoges Livanos, Renè Desmaison, Pierre Mazeaud, esponenti della scuola francese.
Claude Barbier, precursore dell'arrampicamento moderno. Dalla Porta Xidias, l'alpinista dalla penna d'oro. Giovanni Rossi, presidente generale del Club Alpino Accademico dal 1991 al 1999. E tanti altri che sono presenti nel mio archivio epistolare. Ma non posso dimenticare il caro Mario Fantin per le preziose realizzazioni che ci ha lasciato in eredità, fosse anhe soltanto per l'epica del film Italia K2.
Ricordo il mio concittadino Pino Fox, Marino Stenico e Armando Biancardi che per me sono stati maestri dell'ideale. Penso alla stima di Gino Pisoni, all'umiltà di Ettore Gasperini Medaia, a Bruno Detassis, all'amico Armando Da Roit, luminoso esempio di disponibilità e di servizio alla comunità non solo alpinistica. Annetta Stenico, un vero computer che ha custodito nella memoria tante storie di uomini e di montagne.
Molto ho avuto da quelli del mio tempo. Rammento l'espressione nostalgica di Andrea Oggioni. Hermann Buhl, una leggenda, rimasto prigioniero per sempre fra le nevi del Chogolisa. Toni Egger, un asso che avevo conosciuto in Civetta nel '54. Di altri preferisco tacere. Devo riconoscere con piacere che pure i giovani delle nuove generazioni mi hanno aiutato a fare un passo avanti. Forse qualcuno di loro potrà dire se anch'io ho dato qualcosa. Ad ogni modo credo di essere nulla più di un anello della interminabile cordata sul cammino della conoscenza che più o meno consapevolmente, anche appunto attraverso l'alpinismo infiamma, arrichisce e abbellisce la nostra avventura umana.

Quando nel 1987 Mario e Luca sono tornati dalla Patagonia, dopo le prime invernali alle Torri Nord e Sud del Paine, mi hanno portato un moschettone arrugginito trovato sulla via "Andrea Oggioni" alla Torre Sud del Paine che con i miei amici Vasco, Nandino, Josve e Carluccio aprimmo nel 1962. Attaccata al moschettone con un cordino c'era una targa di legno ricavata lì, nella Valle del Rio Asencio, da un pezzo di "legna" il faggio patagonico. Sopra la piccola targa alcuni segni impressi col fuoco: Torre Sud I^ inv. 11.7.87 Mario. Luca. Bravo.
Bravi sono stati loro, Mario Manica e Luca Leonardi. Tento di immaginare quanta gioia avranno provato pensando a quella che hanno dato a me. Perché dare è sempre molto più bello che ricevere. Ed è giusto che sia così perché questa è la ricompensa dell'amore. Anche Fabrizio e Fabio mi hanno scritto cose belle dalle montagne del Canada. Ecco, penso che l'imperativo sia quello di cercare di avere sempre da dare. La misura non importa, perché ognuno ha i suoi talenti. Ma tutti abbiamo qualcosa da dare purché lo vogliamo. E' questo che conta. E forse, a cercare bene, è la vera immagine riflessa di questo nostro tempo, malgrado tutte le contraddizioni. Perché ci sono quelli che costruiscono case per coloro che non ne hanno, che cercano di inventare un lavoro per i disoccupati, che si mettono al servizio dei malati e degli anziani.
Quelli che continuano a strappare il pane alla terra, che si sforzano di fare qualcosa per le migliaia di bambini che ogni giorno muoiono di fame, che lottano per i diritti dell'uomo, che distribuiscono il sapere.
Sono questi i veri eori che camminano al nostro fiamco sulle strade del mondo, magari senza che noi nemmeno riusiamo a riconoscerli. Forse perché ci accade a volte di mettere un pezzo di roccia al posto del cuore.
Vorrei essere credduto se dico che non ho inteso fare del moralismo stantio. A mio modo di vedere si è trattato solo di essere obiettivo, cioè imparziale e spassionato, anche e proprio parlando di uomini e di montagne inseriti nel contesto sociale in cui viviamo.

Dal volume: "PILASTRI DEL CIELO" di Armando Aste