• Armando Aste sul diedro rosso.
    T. Centrale del Paine (Cile) 1962/63
  • Angelo Miorandi. Campanil Basso.
    Via Rovereto. 1961
  • Nando Nusdeo. Torre Centrale del Paine.
    Parete Ovest (Ande Cilene) 1962/63
  • Marino Stenico.
    Pilastro dei Mugoni (Catinaccio).
  • Vasco Taldo. Torre Centrale del Paine.
    Parete Ovest (Ande Cilene) 1962/63
  • Verso il terzo nevaio della
    parete Nord dell'Eiger. 1962
"Sono un cercatore di infinito e mi piace guardare alle montagne come
immagine materializzata dell'ascendente cammino dell'uomo.“

LE IMPRESE

Sopra Borgo Sacco, dove abita la famiglia Aste, sulle pendici del Monte Biaena, c'è la guglia di Castelcorno, una palestra di roccia ideale. Armando, di nascosto, si mette a imitare alcuni giovani di Rovereto che sul Castelcorno vanno ad arrampicare. La travolgente passione per la roccia lo afferra così, da autodidatta. Conosce quei giovani che, nel 1948, fondano il Gruppo Roccia e Alta Montagna «Ezio Polo» della SAT (Società Alpinisti Tridentini) di Rovereto.
La sua prima salita, ancora nel 1947, è sul Baffelan, nelle Piccole Dolomiti vicentine, per la via del Pilastro, con Sergio Dorigotti . Nel 1949, dopo la normale al Campanile Basso, in Brenta, Armando prende il volo: la sua straordinaria sensibilità per la roccia e 1'arrampicata lo portano in breve tempo a confrontarsi con le vie classiche più famose di allora. «Ero tutto nervi, di un'agilità naturale e mi sentivo tagliato per la roccia.»
Nel 1950 incontra Fausto Susatti: è un sodalizio che li porta lontano, a ripetere le vie più difficili delle Dolomiti come la "Costantini-Apollonio" al Pilastro della Tofana, la "Livanos-Gabriel" alla Cima Su Alto, in Civetta, la Vinatzer-Castiglioni alla Marmolada e, in Occidentali, la "Bonatti-Ghigo" al Grand Capucin (Monte Bianco).
Nel 1950 con Fausto Susatti apre una via in Val Gabbiolo sull'Ago di Nardis (Presanella).
Il Brenta, raggiungibile in bicicletta da casa, diventa il suo territorio d'elezione. Nel 1950 sale la "Steger" al Croz dell'Altissimo e il 15 Agosto (1950) fa la terza solitaria della Preuss alla parete Est del Campanile Basso dopo Preuss e Comici. Nel 1951 fa la seconda ripetizione della via che sulla Cima d'Ambiez hanno tracciato i suoi maestri ideali, Pino Fox e Marino Stenico.
Iniziano gli anni della ricerca delle vie nuove.
Aprì vie nuove di estrema difficoltà e di grande eleganza, con uno stile che privilegiava l’arrampicata libera:
1951 - Cima d'Ambiez. Parete Sud-Est. Nuova via tra la "Fox" e la "Stenico-Girardi" con Franco Salice.
1953 - in Brenta, con Fausto Susatti, Aste traccia una nuova via sulla Est della Cima Sud di Pratofiorito.
1953 - Prima solitaria della variante "Steger" al Croz dell'Altissimo.
1953 - Prima solitaria alla "Graffer-Miotto" allo Spallone del Campanile Basso e in vetta per la "via Pooli-Trenti" con discesa per la "Preuss".
1954 - Ancora con Fausto Susatti un'altra via nuova sulla parete Nord-Ovest della Punta Civetta ("Via di destra").
A determinare le sue scelte è un suo singolare intuito per la «via naturale», la linea più estetica, suggerita dalla logica e dalla struttura stessa della roccia dove si possa esplicare la sua arrampicata, elegante, mai aggressiva, possibilmente libera.
1954 - Prima solitaria in Civetta alla "Tissi-Andrich-Bortoli" alla Sud della Torre Venezia.
1955 - La nuova "Via della Concordia" sulla muraglia dell'Ambiez, con Angelo Miorandi e la cordata degli amici Andrea Oggioni e Josve Aiazzi.
1956 - Prima solitaria (26-27 agosto) della "Via della Concordia” sulla parete Est della Cima d'Ambiez.
Aste fu anche tra i protagonisti dell’alpinismo invernale.
1957 - Ripetizione della via "Carlesso-Sandri" alla Torre Trieste insieme ad Angelo Miorandi. Con questa salita ebbe inizio il periodo delle grandi invernali nel gruppo della Civetta.
1957 - Incontra Franco Solina. Assieme apriranno itinerari di grande difficoltà, mai prima affrontati in Dolomiti.
1958 - Punta Chiggiato sul Focobon (Pale di San Martino): parete Nord con Franco Solina.
1958 - Anticipa del Piz Serauta, parete sud (Gruppo della Marmolada) con Toni Gross, "via Ezio Polo".
1959 - Torre del Focobon, parete nord, (Pale di San Martino) con Josve Aiazzi.
1959 - Piz Serauta direttissima sud, "Via della Madonna Assunta" con Franco Solina.
1959 - Il Gran Diedro Nord del Crozzon di Brenta con Milo Navasa, via dedicata a Giulio Gabrielli.
1960 - Variante direttissima dell'anticipa del Serauta (Marmolada) con Milo Navasa.
1960 - Via nuova al Marguareis (Alpi Marittime), punta Oreste Gastone con Armando Bancardi.
1960 - "Via Fausto Susatti" allo spigolo Nord Ovest dello Spitz d'Agner Nord con Franco Solina e Josve Aiazzi.
1960 - Prima solitaria della "Via Buhl" alla Roda di Vael (Catinaccio).
1960 - Prima solitaria della "Via Couzy" alla Nord della Cima Ovest di Lavaredo.
1961 - Alpi Marittime, la via sullo Spigolo della cima Tino Prato al Marguereis con Armando Biancardi.
1961 - Spiz d'Agner Nord, Spigolo Nord-Est, prima ascensione, dedicata ad Andrea Oggioni, con Solina e Angelo Miorandi.
1961 - Ancora con Miorandi traccia la "Via Rovereto" sullo Spallone del Campanile Basso.
1961 - Con Marino Stenico, compie la prima ascensione dello Spigolo Sud-Est della Cima dei Mugoni (Catinaccio).
1962 - Prima Italiana alla Parete Nord dell'Eiger con Franco Solina, Lorenzo Acquistapace, e con la cordata di Mellano, Perego e Airoldi.
1962 - Cima Tosa parete Ovest "Via Città di Brescia” con Franco Solina.
1962-63 - Spedizione del CAI Monza alle Torri del Paine (Patagonia Cilena): Prima ripetizione “Via degli Inglesi” alla Torre Centrale. Torre Sud (ora Torre Padre Alberto Maria De Agostini) prima assoluta. Itinerario dedicato alla memoria di Andrea Oggioni.
1964 - "Via dell'Ideale" sulla Sud della Marmolada d'Ombretta (parete d'Argento) con Franco Solina.
1965 - Parete Sud della Marmolada di Rocca: "Via della Canna d'Organo" con Fanco Solina.
1966 - Spedizione alle Ande Patagoniche: tentativo alla Torre Innominata del Paine con F. Solina, Cesarino Fava, Filippo Frasson, Alberto Aristarain, Fausto Barozzi e Mario Castellazzo (tentativo fallito a causa del maltempo persistente) – Nel corso della spedizione sono state salite una serie di cime vergini (cordone “Vittoria Alata”) la più importante delle quali è stata dedicata ad Andrea Oggioni.
1968 - "Via Angelo Bozzetti", sull'Anticima Nord della Busazza parete Ovest con l'amico Josve Aiazzi.
1971 - Ande Patagoniche: Spedizione “Città di Rovereto” al Pilone Orientale del Fitz Roy (causa tempo impossibile “il Pilone ha detto No”). Nonostante il tempo inclemente sono state salite alcune cime minori dedicate ad amici scomparsi; sulla cresta Est degli Italiani e sulla creta Ovest che iniziano dal lago di Los Tres).
1976 - Tentativo di recupero delle salme di Filippo Frasson e Marco Bianchi caduti dalla parete Ovest del Fitz Roy. Il gruppo di alpinisti era composto da: A. Aste, Mariano Frizzera, F. Solina, Cesarino Fava, Padre Ernesto Milan, Attilio Frasson e Boris Cambic.
1978 - Prima solitaria allo Spigolo della Torre della Vallaccia (Monzoni).
1985 - Ande Patagoniche: spedizione al Cerro Astillado (ora torre Giovanni Spagnolli) per ricordare la memoria di questo grande amico già presidente nazionale del CAI. Componenti: A. Aste, Fabrizio Defrancesco, Mario Manica e Mariano Marisa.

Ande Cilene

Bivacco sulla Torre Sud del Paine

1962/63 - Spedizione CAI Monza

Questo il ritratto fatto dal suo grande amico Spiro Dalla Porta Xidias
nel volume: "Scalata all'infinito" (2002)

Desidero approfondire questo personaggio, importantissimo per la storia dell'alpinismo e per quello della cultura alpina. Ma specialmente essenziale dal punto di vista umano. Che – ripeto – grandissimo, ha avuto finora solo in parte il rilievo e la valorizzazione dovuti.
Forse gli è mancato l'appoggio, il “lancio” di una base influente e battagliera. I Roveretani formano infatti un gruppo un po' isolato. A confine nella geografia scalatoria italiana tra due potenti “clan”, i trentini da un lato, i vicentini dall'altro, gli alpinisti di Rovereto risultano un po' “chiusi” dall'alone dei due grandi centri, sedi di iniziative prestigiose e forti di una base dirigenziale giustamente tesa a valorizzare ed illustrare i risultati di punta e gli alti fatti dei propri esponenti.
Quelli di Rovereto fanno, dunque, un po' vita a sé. La loro attività è altamente apprezzata dell'èlite specialistica, pur risultando quasi contenuta come da una metaforica cinta di mura eretta intorno alla loro bella città. Chi tra il grande pubblico conosce, per esempio, il nome di Graziano Maffei e sa che si è trattato di uno dei più splendidi scalatori della propria epoca? Chi sa che Martini non soltanto ha raggiunto la cima dei quattordici “Ottomila”, ma lo ha fatto unico tra tutti, con puro stile di amatore, senza alterare il proprio, continuo, impegno di lavoro?
Anche i non specializzati conoscono ed apprezzano Cesare Maestri, oltre che per le sue imprese sul Cerro Torre, anche per le grandi vie in libera, tali da farlo nominare accanto a Buhl quale antesignano dell'alpinismo solitario; ma pochi sanno che pure Aste, in quel campo, è stato all'altezza di Hermann e di Cesare, anche se il suo nome raramente va citato accanto a loro.
Queste troppo frequenti carenze, a danno di Armando, in questa “nonvalorizzazione” della sua eccelsa statura e della sua splendida attività alpinistica, suggeriscono un dubbio poco simpatico: che lo scalatore roveretano sia stato spesso lasciato nell'ombra per la sua caratteristica di “personaggio scomodo”. Scomodo in maniera particolare: non tanto per la schiettezza, l'intransigenza, l'adamantina coerenza, ma proprio per la sua religiosità. Che per profondità e completezza urta contro il clima di appiattimento spirituale, di godimento superficiale, di ricerca del benessere e del divertimento, caratteristici della civiltà attuale.
Già disturba l'alpinismo, per l'innato coinvolgimento etico: figurarsi poi la cosciente trasposizione del puro atto fisico in una dimensione superiore. Metafisica. Né possono costituire contraddizione i non infrequenti segni della croce praticati da atleti al momento di entrare in competizione: il boxeur che si muove dal suo angolo incontro all'avversario al suono del gong iniziale, il corridore sui blocchi di partenza, il calciatore all'uscita del sottopassaggio. Con le dovute eccezioni, quei gesti affrettati sembrano riti propiziatori e fanno altamente teatro, per cui vengono bene accettati dal pubblico.
Al contrario dell'atto di fede di Armando che non intende certo dare spettacolo, ma consacrare la propria azione alla Divinità.
E allora questa “religiosità” che si vorrebbe considerare debolezza, urta la platea; per cui il materialismo più accentuato – e più vieto – secondo il luiogo comune verrebbe indebolito da ogni accenno allo spirito. Tanto più disturba in un uomo che crede, proclama questa sua fede e riesce ad attingere al livello più elevato in un'attività di altissima espressione, quale l'alpinismo.
“Credo” genuino, non ostentazione.
Ragione di vita, non sottofondo larvato.
Questa la sua religione.
“Io sono un credente, e quindi lo sono anche in montagna, in parete”.
A questa dichiarazione, vorrei anticiparne un'altra che in Armando mi sembra implicita: “Io sono un uomo, quindi sono un credente”.
Perché la religiosità appare nelle sue frasi e nel suo pensiero come qualcosa di normale; logica conseguenza dell'essere uomo. E così, quando ne parla nei suoi racconti di ascensioni, appare – come deve apparire – qualcosa di naturale, di stretta pertinenza con l'individuo. Quindi giusto trattarne quale prassi usuale dell'essere umano.